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Manager di se stessi: conoscersi per lavorare meglio (e annoiarsi mai)

Peter F. Drucker, economista, saggista ed esperto di management aziendale, nel 1999 ha pubblicato Managing Oneself, un libro che dà indicazioni per liberi professionisti e dipendenti su come cominciare a gestire bene la propria carriera lavorativa.

Tocca a te ritagliarti un posto nel mondo, ma anche capire quando è necessario cambiare direzione. Tocca a te mantenerti attivo e produttivo durante una carriera che potrebbe durare anche 50 anni”.

Peter Drucker nel libro e nei suoi corsi universitari, ha spiegato in dettaglio come fare a tirare fuori tutto il proprio pieno potenziale. In un percorso estremamente dettagliato e concreto. Ecco alcune delle sue intuizioni più interessanti.

Managing Oneself

Le persone di grande successo – come Napoleone, Da Vinci, Mozartsono state in grado di gestire se stesse. Il loro metodo di lavoro è ciò che li ha resi delle persone straordinarie”.

I nomi citati sono eccezioni estremamente rare, considerati il loro talento e i loro risultati. Questo non vuol dire che diventare manager di se stessi sia un’esclusiva dei geni. I nostri piccoli successi quotidiani possono essere comunque fonte di soddisfazione personale.

Da qui parte Drucker per spiegare la sua filosofia.

Un percorso di gestione efficace di se stessi può sembrare ovvio, persino elementare. Le scelte che facciamo possono sembrare evidenti al punto da apparire ingenue”. Malgrado ciò, Drucker delinea un percorso che può portare a scoperte inaspettate e che richiede tempra e costanza da chiunque lo intraprenda. Diventare manager di se stessi vuol dire agire come dei veri e propri amministratori delegati.

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Quali sono i miei punti di forza

Quello proposto da Drucker è innanzitutto un percorso di conoscenza di sé. Raramente una persona cambia radicalmente ciò che è: i propri punti di forza, i valori di riferimento, le modalità di lavoro e apprendimento. Per mettere a frutto il proprio potenziale è necessario comprendere a fondo se stessi e applicare ciò che si è imparato.

Il primo passo è conoscere punti di forza e di debolezza. Può sembrare scontato, ma non è così. Spesso pensiamo di saper far bene qualcosa, ma ci sbagliamo:

L’unico metodo che abbiamo per scoprire i nostri punti di forza è l’analisi dei risultati. Ogni volta che prendi una decisione importante o compi un’azione importante, scrivi quali risultati pensi di ottenere. Nove o 12 mesi dopo, compara i risultati reali con le tue aspettative. Ho praticato questo metodo per 15-20 anni e ogni volta che lo faccio, resto sorpreso”.

Questo semplice metodo, praticato con costanza, dovrebbe mostrarti nel giro di due/tre anni quali sono i punti sicuri su cui puoi basare la tua carriera. Non solo. Riuscirai anche a capire cosa ti impedisce di sfruttare a pieno il tuo potenziale. Scoprirai in cosa non sei particolarmente competente e in quali campi non hai alcun tipo di talento.

Una volta fatto questo, le strategie da implementare sono 3:

1) Concentrati sui tuoi talenti. Scegli settori e aree dove puoi sfruttare a pieno il tuo potenziale.

2) Migliora i tuoi punti di forza. L’analisi dei risultati ti mostrerà quali competenze e conoscenze devi migliorare e quali devi acquisire.

3) Scopri e supera la tua “arroganza intellettuale”. Con questa espressione, Drucker intende una sorta di snobismo nei confronti di aree tematiche che non riguardano direttamente il proprio lavoro. I responsabili delle Risorse Umane, spiega con un esempio, “vanno spesso fieri della loro ignoranza nelle operazioni finanziarie più elementari o nel metodo quantitativo. Ma andare fieri di questa ignoranza è spesso causa di disfatta”.

Come lavoro

Secondo Drucker, sono poche le persone che sanno come lavorano. In verità, aggiunge, “molti di noi ignorano completamente il fatto che le persone lavorano e performano in modi diversi. Troppe persone utilizzano metodi di lavoro che non sono adatti a se stessi, e questo porta quasi sempre a prestazioni pessime”.

Capire come lavoriamo è essenziale per avere buone performance. E si tratta di un fattore dato, che non è possibile cambiare del tutto. Conoscere la propria operatività ottimale concerne 3 caratteristiche di base.

Lettore o ascoltatore?

Per lavorare bene è importante innanzitutto capire una differenza fondamentale: siamo lettori o ascoltatori? Drucker intende in questo caso il metodo preferito di acquisizione delle informazioni.

È meglio che le cose mi siano spiegate a voce, oppure per iscritto?

Come imparo?

Il secondo step è capire come imparo. Molti bravi scrittori, per esempio, non andavano bene a scuola. La ragione è che maestri e professori insegnano principalmente attraverso la voce e la lettura. Ci sono persone che invece imparano scrivendo. Ed esistono almeno una mezza dozzina di modalità di apprendimento differenti.

Alcuni imparano scrivendo, altri prendendo appunti. Altri ancora imparano facendo e altri infine imparano sentendosi parlare.

Drucker cita l’esempio di Beethoven, che lasciava in giro un’enorme quantità di appunti. “Eppure diceva di non guardarli mai mentre componeva. A chi gli chiedeva perché allora tenesse gli appunti, rispondeva: “Se non prendo immediatamente appunti, lo dimentico subito. Se li scrivo in un block note, non lo dimenticherò mai e non dovrò mai più andare a rileggere”.

Collaboratore o solitario?

Lavoro meglio con le altre persone o da solo? E se lavoro bene con gli altri, in che tipo di relazione? C’è chi lavora meglio come dipendente, per esempio. Altri performano meglio come membri di un team. Altri ancora hanno un talento eccezionale come mentori o coach.

Un’altra domanda cruciale: ottengo risultati migliori come consigliere o come decision maker? Molte persone sono degli eccellenti consiglieri, ma non sono in grado di sopportare il peso di essere in comando. Al contrario, i leader hanno spesso bisogno di qualcuno che li consigli, per spingerli a pensare. Una volta presa una decisione, però, agiscono con rapidità, coraggio e sicurezza.

A queste riflessioni, Drucker aggiunge altre domande correlate:

  • Lavoro bene sotto stress oppure ho bisogno di una routine prevedibile?
  • Lavoro meglio in realtà grandi o piccole?

Quali sono i miei valori?

A questo punto, Drucker introduce il test dello specchio. E lo fa raccontando una storia divertente, che pare sia realmente accaduta.

Agli inizi del XX secolo, l’ambasciatore tedesco a Londra era il diplomatico più rispettato in Europa. “Era chiaramente destinato a grandi cose: diventare il ministro degli esteri del proprio Paese, se non addirittura cancelliere. Eppure, nel 1906 preferì licenziarsi piuttosto che presiedere a una cena che il corpo diplomatico avrebbe tenuto in onore di Edward VII. Il re era un noto donnaiolo e fece capire che tipo di “cena” si aspettasse. A quanto pare, l’ambasciatore sbottò: “Mi rifiuto di vedere un pappone (pimp) allo specchio quando mi rado di mattina”.

Ed ecco spiegato il test dello specchio. Per gestire se stessi è importante capire quali sono i propri valori. Per farlo, basta chiedersi: che tipo di persona voglio vedere allo specchio la mattina? Non si tratta solo di una questione di principio. Lavorare in un’organizzazione di cui non si condividono i valori, ci condannerà a essere frustrati e ad avere basse performance.

Non è detto che l’azienda debba condividere esattamente gli stessi valori, ma devono almeno essere abbastanza simili da permettere una coesistenza.

Qual è la tua vocazione?

Conosciuti i propri punti di forza, il modo in cui si impara e in che modo si produce meglio, dovrebbe essere abbastanza evidente la risposta alla domanda successiva: qual è la mia vocazione? In quale settore, cioè, posso essere sicuro di lavorare bene ed essere efficiente. In genere, la risposta a questa domanda arriva intorno ai 25 anni. Rispondere al quesito consente di trasformare una persona ordinaria in un lavoratore straordinario.

Come posso contribuire?

Una volta scelto un settore di riferimento, una “vocazione”, è necessario capire in che modo contribuire efficacemente al raggiungimento degli obiettivi dell’azienda, del team, dell’organizzazione di cui si fa parte.

Ci sono tre domande per capirlo:

  • Qual è la situazione? Quali sono i presupposti?
  • Dati i miei talenti, le mie modalità lavorative e i miei valori, come posso dare il miglior contributo alla situazione?
  • Quali obiettivi devo raggiungere per fare la differenza?

Responsabilità nelle relazioni

Sono poche le persone che lavorano esclusivamente per se stesse. Questo è vero anche per i freelance e i liberi professionisti. Essere manager di se stessi vuol dire anche lavorare responsabilmente con gli altri. Un compito che si divide in due parti.

Innanzitutto bisogna capire che anche gli altri sono individui autonomi, come noi. I colleghi e i superiori, commenta ironicamente Drucker, “insistono in maniera perversa a comportarsi come esseri umani”. Ciò significa che hanno i propri punti di forza, il proprio modo di fare e i propri valori. Conoscere questi aspetti ti permetterà di essere più efficiente, perché saprai come ‘usare’ il potenziale degli altri.

Il secondo aspetto riguarda la comunicazione. Può sembrare strano, presuntuoso, o persino stupido, ma per lavorare meglio è necessario che comunichi chiaramente agli altri come sei fatto: quali sono i tuoi punti di forza, come operi e quali sono i tuoi valori. E devi anche chiedere lo stesso agli altri. Comunicare in maniera efficace, permetterà di capirsi a vicenda e costruire relazioni basate sulla fiducia.

La seconda parte della vita

Per evitare di annoiarsi nella seconda parte della vita, dobbiamo avere un piano B. In genere, intorno ai 45 anni si raggiunge l’apice della propria carriera. Questo vuol dire che per altri 20, se non 25 anni, si continuerà a fare sempre le stesse cose: stesse mansioni, stesse responsabilità, stesso settore. Gestire se stessi nella mezza età vuol dire spesso evitare la noia. Un risultato che possiamo ottenere in 3 modi diversi.

1) Cominciare una nuova carriera. A volte basta passare da un’azienda a un’altra.

2) Avviare una carriera parallela, per esempio dedicandosi alla consulenza part-time.

3) Dare vita a iniziative sociali. È una strada che scelgono in genere le persone di estremo successo: continuano a fare il proprio lavoro come sempre, ma avviano anche attività non-profit, per il bene della comunità in cui vivono.

Articolo tratto da MGMT MAGAZINE

Autore: Gennaro Sannino
www.centodieci.it/2017/11/felicita-sul-lavoro-condiziona-ogni-aspetto-vita/ 

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